Grazie ai ricordi e ai racconti della sorella di Giuseppe Semeraro, la signora Anna Filomena, si è finalmente scoperta la vera identità di GC e il suo legame con la famiglia Semeraro. L’8 dicembre 1912 Giovanni Calò, originario di Oria, acquistò per 600 lire gli immobili, l’aia e il terreno di Antonio Lentini. Visse lì con la moglie Filomena Scapati e nel 1922 costruì un nuovo edificio con un piano rialzato accanto a quello già esistente, datato 1908.

Poco distante dalla loro proprietà Francesco Semeraro aveva un piccolo appezzamento di terra e spesso usufruiva gratuitamente dell’aia e del pozzo del signor Calò. Col passare del tempo tra le due famiglie nacque una bella amicizia tanto che, avendo bisogno di aiuto e non avendo figli, all’inizio degli anni ’20 i coniugi Calò chiesero e ottennero dai Semeraro che il secondogenito Francesco Paolo all’età di 10 anni si trasferisse da loro, trattandolo di fatto come un figlio legittimo. Diventato adulto, Francesco Paolo rimase a vivere in masseria insieme alla moglie Maria Greco e ai tre figli: Giovanni, Anna Filomena e Giuseppe. Così, nell’edificio del 1908 continuarono a vivere Giovanni Calò e sua moglie, in quello del 1922 si stabilirono Francesco Paolo e la sua famiglia.

Dopo oltre quarant’anni, la signora Anna Filomena è tornata nel luogo che l’ha vista bambina, poi adolescente, fidanzata e moglie di Pietro Caragnano, madre per la prima volta. Ogni stanza, ogni passo all’esterno fanno riemergere ricordi molto chiari sugli anni trascorsi in questa piccola masseria. Anna Filomena riconosce subito il maestoso ulivo e ricorda che era affiancato da un enorme gelso nero al centro del cortile dove bambini e adulti trascorrevano gran parte del tempo libero o lavoravano, e dove suo padre aveva costruito la cuccia di Fido; l’aia, dove ogni estate suo padre trebbiava il grano tenendo le redini dell’asino al centro del grande spazio rivestito di chianche mentre l’animale, muovendosi in circolo, calpestava le spighe da cui uscivano i chicchi di grano; le cassette di miele che il nonno e il padre sistemavano lungo gli spazi appositamente creati tra le pietre dei muretti a secco lungo i confini laterali e sotto l’aia; il tetto della làmia, la piccola costruzione rurale tra l’aia e la casa usata solo come stalla e antecedente all’edificio del 1908, che lei usava come davanzale per i vasi delle sue piantine; i numerosi sacchi di mandorle sistemati lungo le scale; il forno in pietra, dove sua madre cucinava un pane dal sapore inconfondibile ed indimenticabile e, accanto, la stalluccia e il porcile chiuso; il nascondiglio dei fucili in una delle pareti della stanza con il grande camino dove, oltre a cucinare, ci si sedeva a chiacchierare, lavorare ai ferri, sbrigare faccende domestiche; l’oblò scavato nella parete a sud della camera dei suoi genitori da dove, durante la Seconda guerra mondiale, si controllava l’arrivo degli alleati o dei nemici dal golfo di Taranto e dalla gravina sottostante; le scale interne, oggi solo coperte, che collegavano la stanza occupata dai coniugi Calò e la cantina sottostante dove si conservavano grano, mandorle, avena, olive, olio, fave, latte, caciocavalli, uova, e dove si trovava anche un antico smielatore; i numerosissimi quadri di Santi e Madonne con e senza vetro, ma tutti con una spessa cornice in legno scuro intagliato che affollavano la stanza da letto di Nunnù, come veniva affettuosamente chiamata Filomena Scapati che Anna Filomena e i suoi fratelli consideravano a tutti gli effetti loro nonna; le sale dedicate alla colazione, un tempo separate da un muro e adibite a mangiatoie e stalla; la zona lavanderia, dove il padre conservava il traino, il carretto e gli strumenti per lavorare nei campi; e poi il pollaio, tra la sala colazione e la lavanderia.

Le albe e i tramonti sono rimasti gli stessi, con quei colori spettacolari che solo un panorama del genere può offrire, e Anna Filomena ricorda quando i fischi dei treni e i suoni delle feste della vicina Palagianello, come quella patronale in onore della Madonna delle Grazie, arrivavano perfettamente in casa se dal mare soffiava il vento di scirocco. Morto Giovanni Calò (1953), l’intera proprietà è stata ereditata da Francesco Paolo e, alla sua morte (1994), è passata al figlio Giuseppe. La piccola masseria è stata abitata fino al 1971 quando, dopo il trasferimento di Giovanni a Genova e di Giuseppe a Catania, Anna Filomena ha deciso di trasferirsi in paese con la sua famiglia e sua madre, morta nel 2012. Nello stesso anno Giuseppe Semeraro decide di vendere l’antica massarì d l’urjtèn che dopo due anni, nel 2014, viene acquistata da una giovane coppia di Mottola, Gabriella Quero e Raffaele Caramia, genitori delle piccole Erika e Gioia.

Oggi è La casa di Gioia, ma sarà la casa di chi deciderà di soggiornare in quest’angolo di Puglia in aperta campagna, affacciato sul golfo di Taranto, all’interno di una gravina e a pochissimi chilometri dal centro abitato. GC. Due lettere che hanno portato alla luce una storia del passato affascinante nella sua semplicità, due lettere che stanno scrivendo una storia nuova sicuramente diversa ma, scommettiamo, non meno affascinante.